Lecco, 20 gennaio 2015   |  

L'aviatore lecchese Antonio Dell'Oro (terza parte)

di Matteo Possenti

Ultima puntata con il racconto della vita dell'uomo a cui è dedicata la piazza della chiesa del rione di Castello.

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L'esperienza presso il Comando dell'Accademia Aeronautica durò all'incirca un anno, tra 1936 e 1937, ma lasciò insoddisfatto Antonio Dell'Oro che, al termine di questo periodo, continuava ad avere un vivo desiderio di imparare sempre di più e specializzarsi nel volo.

 

Avendo esperienza nella ricognizione, nella caccia, nell'acrobazia e ottenuto il grado di capitano, Antonio fece domanda per essere trasferito in un reparto di bombardamento.

 

Questo tipo di servizio, forse, non aveva molto da dire, come pilota, ad uno abile come lui. Ottenuta l'abilitazione come pilota di trimotore Savoia Marchetti S.81, pur essendo quasi sempre il più alto in grado a bordo, preferiva rinunciare al pilotaggio per dedicarsi al puntamento. In questa specialità, che richiedeva conoscenze tecniche, la capacità di utilizzare strumenti di precisione, che gli consentiva di mettere a frutto la sua esperienza, si sentiva realizzato.

 

Fu proprio in questo ruolo che partecipò alla guerra di Spagna, sempre sull'S.81. Qui accadde un fatto che lo mise in risalto per il suo coraggio, la sua prontezza di spirito e le elevatissime doti di pilota. Quasi sempre a bordo dell'apparecchio del comandante della Squadriglia, il pari grado capitano Sandon, il 3 agosto 1938 la formazione italiana, durante la missione, fu fatta soggetto di violentissima e precisa reazione della contraerea e l'aereo di Dell'Oro venne colpito in pieno dallo scoppio di una granata.

 

I danni subiti furono devastanti. Il motore sinistro venne quasi divelto dall'ala, il motore centrale si fermò, mentre la postazione di guida fu danneggiata, tanto che il comandante svenne, mentre il copilota, sentitosi perduto, non trovò altro scampo che nel paracadute. Antonio si arrampicò dalla gondola del puntatore, situata nella parte inferiore della fusoliera, prendendo i comandi mentre l'aereo già precipitava verso terra. Recuperò l'assetto di volo con l'unico motore e nonostante i danni riuscendo ad atterrare sul campo del primo aeroporto al di qua delle linee amiche. Questa impresa gli valse una medaglia di bronzo, al valore, e, per circa un mese prima del rientro in Italia, il comando della squadriglia.

 

La Spagna, inoltre, aveva fatto incontrare di nuovo ad Antonio il suo vecchio amico Duilio Fanali, che aveva seguito un percorso diverso dal suo e, dalla caccia, era passato alla più nuova delle specialità dell'aeronautica: l'assalto, così nuova che nemmeno i generali avevano ben chiaro quale ruolo tattico dovesse avere nell'impiego bellico e quali caratteristiche dovessero avere gli aeroplani costruiti per questo scopo.

In ogni caso, Antonio restò affascinato dalle possibilità dei Breda 65 comandati dall'amico.

 

Probabilmente in questi apparecchi monoplani, nel 1938 ancora tra i più moderni in dotazione della Regia Aeronautica, vide riunite tutte le caratteristiche desiderabili in un aeroplano da combattimento: alta velocità, armamento adatto alla caccia, possibilità di portare armamento da lancio tipico del bombardamento, costruzione interamente metallica, dotato di carrello retrattile e servomeccanismi. Quanto diverso il 65, dal biplano Breda A2 su cui aveva cominciato a volare nove anni prima!

 

Il passaggio è inevitabile. Di ritorno dalla Spagna, Antonio chiese ed ottenne il trasferimento al 50mo Stormo di Assalto e venne incaricato del comando della 159a Squadriglia. Da questo momento in poi l'impegno di Antonio fu profuso nell'addestramento dei piloti che a lui affidati e che erano molto scettici riguardo a questi aerei così difficili da pilotare e, soprattutto, così diversi dai facili, agili, leggeri ed acrobatici biplani ai quali erano abituati.

 

Non avevano tutti i torti: il Breda 65 era tutt'altro che perfetto e, come tutte le macchine sviluppate in periodi di transizione, stava invecchiando molto rapidamente. Dell'Oro, tuttavia, continuava a proporre modifiche per migliorare l'aereo ed il suo utilizzo e molte di queste venivano accolte dai comandi, che ne riconoscevano la validità.

 

Nel luglio del 1939 la 159ma fu trasferita a Bengasi, con Linda che seguì Antonio nelle vesti di crocerossina. La guerra, ormai si stava avvicinando. I comandanti decisero che era giunto il momento di sostituire i Breda con nuovi apparecchi diventati disponibili. A inizio maggio 1940, Antonio rientrò in Italia ed incontrò i familiari, in particolare il fratello minore Giacomo, nel frattempo richiamato alle armi come Tenente di artiglieria, al quale confessò che la guerra era ormai imminente e che, purtroppo, l'Italia lo stava facendo completamente impreparata, eppure, bisognava fare il proprio dovere. Non si rividero più.

 

I nuovi aerei in dotazione, i bimotori triposto Caproni Ca. 310, si rivelarono una vera delusione: poco potenti, lenti, poco armati, ancora meno adatti al clima e alla sabbia africana dei Breda, furono forse le relazioni di Dell'Oro ad allontanarli dalla prima linea e, in tutta fretta, furono rimessi in piena efficienza gli aerei ormai vecchi che solo un mese prima erano stati accantonati.

 

La squadriglia di Dell'Oro, schierata in prima linea a Tobruch, operò sul fronte egiziano dall'inizio delle operazioni militari del giugno 1940 fino ad esaurimento dei mezzi, a fine gennaio 1941. Antonio Dell'Oro, comandò più volte la sua squadriglia, il cui emblema era «Ezechiele Lupo», di disneyana memoria, accompagnata dalla scorta dei ancor più vecchi biplani FIAT CR.32 dell'amico Fanali, in azioni di attacco contro autoblindo e mezzi corazzati inglesi, rientrando spesso con l'aereo sforacchiato da proiettili della contraerea nemica.

 

Lo stesso fece il giorno 8 ottobre 1940, volando verso la zona di Bir Khamsa, ad una settantina di chilometri dal confine libico. Il bollettino di guerra numero 124, del giorno successivo, scrisse così: «Nell'Africa settentrionale... nostri velivoli d'assalto hanno spezzonato e mitragliato un nucleo motorizzato nemico presso Bir Kamsa (70 chilometri a sud di Sidi el Barrani) immobilizzando tre autoblindate; un nostro velivolo non è rientrato.». Il racconto dettagliato di quello che accadde ce l'ha lasciato Duilio Fanali, in una lettera scritta il giorno 20 ottobre 1940 a Linda, che si trovava a Bengasi.

 

«Trovato l'obbiettivo, Antonio si lanciò immediatamente all'attacco. Lo vidi effettuare un primo passaggio su una delle autoblinde mitragliandola e sganciando una bomba contro di essa e poi tornare di nuovo nello stesso obbiettivo allo scopo di colpirlo definitivamente. In questo secondo attacco lo vidi scendere con una picchiata molto forte sul bersaglio e quindi toccare terra col proprio apparecchio che, nell'urto, capottava.

 

Immediatamente mi abbassai allo scopo di rendermi conto dell'entità della disgrazia; vidi i nemici accorrere rapidamente verso l'apparecchio. L'urto era stato violento ed immaginavo che purtroppo Antonio doveva essersi fatto molto male. L'unico conforto per me fu il constatare che, comunque, qualcuno fosse lì per soccorrerlo; ed il pensiero che gli inglesi sono soliti non trascurare nulla per salvare i feriti anche nemici. - Non riuscii a vedere Antonio, ma sono sicuro che se qualche cosa poteva essere fatta per lui, lo sarebbe stata.

 

Interruppi immediatamente l'attacco per poter lasciare campo ai nemici di apportare il loro soccorso e rientrai. - Ritornai in un secondo tempo sul luogo e lanciai un messaggio dove chiedevo che ci fossero date notizie e vidi, che sia l'apparecchio, che il pilota erano stati ricuperati. - Sono sicuro che gli inglesi risponderanno, il ritardo è dovuto molto probabilmente alle difficoltà di trasmettere i messaggi; spero da un giorno all'altro di sapere tutto con esattezza.» 

 

Antonio morì sul colpo, colpito alla testa da due pallottole, a nemmeno 32 anni. Successivamente Fanali raccontò, come riportato su alcuni libri, che gli inglesi avevano risposto, con lo stesso sistema, al messaggio, recapitando una fotografia della tomba di Dell'Oro. La vedova Linda, che proseguì la sua opera di crocerossina al seguito dei soldati italiani, sempre dichiarò di non avere mai ricevuto né vista quella fotografia.

 

La morte di Antonio lasciò sgomenti i suoi uomini che, caso forse unico, seduta stante decisero immediatamente di ricordare il loro comandante scrivendo il suo nome sulle fusoliere degli aeroplani, sebbene, per qualche motivo che non si riesce a capire, lo fecero con la «o» di «Oro» minuscola. A margine di questa informazione aggiungo che la maggior parte delle scatole di montaggio del Breda 65 per modellisti oggi in vendita raffigura proprio questa versione.

 

La notizia in città fu data dalla famiglia, con necrologio pubblicato il 25 ottobre e messa di suffragio celebrata nella chiesa parrocchiale di Castello, il giorno 26. Ampio fu il cordoglio tra tutti quelli che l'avevano conosciuto e non vi fu meraviglia quando, l'anno successivo, con decreto del 10 ottobre 1941 gli fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

 

Quasi incredibilmente, lo stesso giorno 10 ottobre 1941 la Consulta Municipale si riunì e deliberò all'unanimità di dedicare ad Antonio Dell'Oro la piazza della chiesa di Castello, piazza che allora si chiamava piazza Virgilio e su cui sorgeva e sorge il monumento ai caduti della grande guerra.

 

La cerimonia avvenne domenica 9 novembre, alla presenza della madre, dei familiari e delle autorità politiche, civili e militari. Una targa marmorea venne apposta sul muro dietro al monumento ai caduti, dove ancora si trova oggi.

 

Come detto, il corpo di Antonio fu recuperato dagli inglesi e sepolto. Al termine della guerra, però, per qualche strana ragione, gli stessi precisissimi inglesi quando riesumarono i resti dei soldati per raccoglierli in un cimitero unico, cancellarono i cognomi e Dell'Oro è uno tra i tanti e semplici irriconoscibili Antonio di un sacrario militare, in Africa settentrionale.

 

Se la piazza fu intitolata a Castello, la famiglia decise, però, di porre il monumento funebre nel cimitero della natia Laorca, dove c'erano le tombe del padre e degli altri parenti. Un cippo con un'aquila di bronzo, la foto sorridente in uniforme, l'iscrizione e una copia in bronzo dell'elica dell'aereo da lui progettato, realizzata dallo scultore Mozzanica, ci ricordano l'aviatore.

 

Riguardo al monumento, i nipoti raccontano un aneddoto. Ottimo pilota d'aereo, Antonio meno bene se la cavava con la motocicletta e con l'automobile. Memorabile fu l'incidente con la moto nuova che ebbe all'ingresso di Lecco, sbagliando la curva per imboccare il ponte Visconti. Altro incidente ebbe in macchina. In una di queste occasioni si ruppe un polso e il chirurgo che gli ricompose la frattura «avanzò» un frammento di osso. Conservato dalla moglie Linda fu incastonato, come una reliquia, nel monumento, dietro alla fotografia.

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