Bellano, 18 agosto 2014   |  

Il ponte di S.Rocco, l'orrido sul Pioverna e l'anima dannata del Lanzo

di Silvano Guidi

La sesta e ultima storia dei racconti lecchesi di mezz'estate si conclude sull'arco di pietra che scavalca il torrente in prossimità di Bellano. Qui nelle notti più buie si lamenta ancora lo spirito del Rosso che voleva fare sua la bella pescatrice.

ponte san rocco

Il ponte di San Rocco sul Pioverna (Foto Valentino Vitali)

La strada che da Bellano sale verso la Valsassina incrocia a un certo punto il ponte di S. Rocco, antico arco di pietra gettato a scavalcare il torrente Pioverna, là dove precipita in un orrido tumultuoso e cupo. Qui è ambientata l'ultima storia, nel segno del mistero, della nostra estate lecchese; un racconto con radici storiche, rintracciato nello splendido libro di Felice Bassani e Luigi Erba "I nostri vecchi raccontano...".

Erano i primi anni del 1600 e da Nord calavano verso il Lario milizie alemanne che distruggevano, saccheggiavano, stupravano, requisivano cibo e animali: erano i terribili Lanzichenecchi, untori e veicolo di peste, presenti nella narrazione manzoniana e negli scritti anche di altri letterati minori, come per esempio Sigismondo Boldoni di Bellano che, in una lettera inviata al cardinale Roberto Ubaldini di Venezia, a lui si rivolgeva con infinita apprensione: "Mentre ti scrivo gli abitanti del paese e del Lario, costernati, fuggono lasciando le case spoglie di ogni cosa, spingendo gli armenti sui monti, portando con se' le cose più preziose, per paura dell'esercito germanico che, per nostra somma disgrazia, si aspetta di giorno in giorno, e che, per castigo di Dio, terrà questa strada".

La chiesa e il ponte di San Rocco a Bellano (Foto Vitali)

Ed ecco la storia. Viveva in quei tempi e in quei luoghi, sulle rive del lago, una ragazza bellissima, figlia di pescatori e pescatrice lei stessa. Aveva occhi neri, lunghi capelli corvini e pelle scurita dal sole e dai venti: il tutto a darle un aspetto moresco cosicché gli altri abitanti del luogo l'avevano soprannominata Mora.

Ora avvenne che la pace e i ritmi sempre uguali del lago furono sconvolti dai Lanzichenecchi, così chiamati per via di certe lance lunghe e mortali che sempre portavano con sé. Fu come l'arrivo di una valanga. I guerrieri alemanni portarono distruzione, rovina e morte. Uccisero, saccheggiarono e devastarono, lasciando ovunque terra bruciata, come dopo il passaggio di nugoli di cavallette.

A Bellano quasi non rimase pietra su pietra. Solo la poverissima casa del pescatore, padre di Mora, nascosta fra uno scoglio e i castagni del monte, passò inosservata e si salvò. Come arrivarono così i Lanzichenecchi, dopo aver tutto saccheggiato, se ne andarono, alla ricerca di altri bottini e di altre terre da depredare. Gli abitanti della zona che erano fuggiti, chi sui monti e chi sul l'altra sponda, fecero ritorno per ricostruire le case distrutte.

L'orrido di Bellano     

Ma pena e tormento non erano del tutto dileguati. Il più feroce dei comandanti alemanni - Lanzi venivano indicati con abbreviazione carica di disprezzo - un certo Rosso, così soprannominato per la barba rossiccia e i capelli dello stesso colore, fulvi e arruffati, aveva deciso di acquartierarsi a Cortenova e di li' partiva con la sua masnada per terrorizzare Valle e lago.

Un giorno il Rosso piombò giù dalla Valsassina fino a Bellano e pretese tributi dai capifamiglia e donne per i trastulli della sua truppa. Il Rosso vide Mora, se ne invaghì e pretese di averla tutta per se'.

Grande fu la disperazione dei genitori di Mora, ma la ragazza non si perse d'animo e, con tono fermo, si rivolse così al feroce Lanzo: "Verrò con voi mio signore. Però vi chiedo tre grazie...". Più incuriosito che generoso il Rosso attese di conoscere la triplice richiesta di Mora. Un cavallo, una spada e la possibilità di raggiungerlo solo a mezzanotte, perché la gente del paese non avesse a vedere.

Stuzzicato dall'insolita pretesa il Rosso accettò, quasi giusticandosi con se stesso: "Mi piace avere una moglie che sappia cavalcare, che provi bizzarra attrazione per una spada e che abbia tanta cura per la discrezione".

Quella notte il paese dormiva avvolto nelle tenebre, il lago tremolava, folate di vento freddo scendevano dalla Valle e il Pioverna precipitava con rombo cupo giù nell'orrido.

Il Rosso attendeva in arcione sul ponte di S. Rocco. Di li' a poco arrivò un altro cavallo al galoppo. " Brava donna, sei stata di parola" si compiacque il comandante alemanno. Dopo un silenzio che parve eterno Mora lo apostrofò con gelide parole: "Battiti con una donna, ribaldo!".

Il centro di Bellano visto da Lezzeno

E senza aspettare reazioni la giovane e bella pescatrice lanciò il suo cavallo contro il Rosso, lo colpì tenendo la spada a due mani e spinse il Lanzo oltre il parapetto, giù per l'orrido che mugghiava con orrendo fragore in un vorticare di gorghi.

Il Rosso urlò con tutto il fiato posseduto; poi il lamento disperato si spense e rimase solo il rumore tumultuoso delle acque del Pioverna.

Mora, nonostante numerose successive proposte di matrimonio, non lasciò mai né la povera capanna né la sua attività di pescatrice, abile, bella e dignitosa.

I vecchi del luogo ancora oggi assicurano che nelle notti di bufera, passando per il ponte di S. Rocco, sopra l'orrido del Pioverna, si sente un urlo straziante salire dalle rocce e dai gorghi e giurano trattarsi dell'anima senza pace del Lanzo dalla chioma rossa.