Lecco, 10 giugno 2015   |  

Don Andrea Valsecchi racconta l'eccidio di piazzale Loreto

di Matteo Possenti

Dal diario del sacerdote il racconto di quei fatti vissuti del 1944 in prima persona.

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Don Andrea Valsecchi, che abbiamo già avuto modo di incontrare parlando dell'omicidio di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, nel 1944, di ritorno dalla prigionia in Germania come Internato Militare Italiano, viene destinato come cappellano presso l'Ospedale militare di Baggio a Milano e poi del distaccamento a Milano del sanatorio di Garbagnate ma, di fatto, gode di ampia libertà di movimento, tra Milano, la Brianza e Lecco. Svolge il proprio ministero sacerdotale e cerca di aiutare, anche prendendosi dei rischi, partigiani e oppositori del regime.

L'8 agosto 1944 un attentato colpì un camion tedesco parcheggiato in viale Abruzzi, senza ferire gravemente l'autista che dormiva in cabina, ma provocando la morte di sei milanesi e il ferimento di altri undici.

Per tutta risposta, due giorni dopo il 10 agosto, Theodor Savecke, capitano tedesco delle SS ordinò al capitano Pasquale Cardella della legione «Ettore Muti» di procedere alla fucilazione di quindici persone, prese dal carcere di San Vittore. I quindici non furono scelti a caso tra i prigionieri, ma in modo che rappresentassero tutte le forze che, nella resistenza, si opponevano a fascisti e nazisti. Tra di loro, quindi, vi erano sia membri del partito d'azione, che comunisti, che socialisti che cattolici.

Furono prelevato alle 4,30 del mattino con l'inganno, perché gli fecero indossare tute da operaio, facendogli credere che sarebbero stati destinati al lavoro.

Portati a piazzale Loreto, furono fucilati verso le 6 del mattino. Quel luogo e quell'ora non furono scelti per caso, ma perché era un nodo importante della circolazione dei pendolari verso le fabbriche della periferia e dai paesi della Brianza verso Milano. Alcuni soldati della «Muti» fecero per tutto il giorno la guardia ai corpi lasciati così per terra come erano morti, con l'aggiunta di un cartello che recava scritto «ASSASSINI», anche se i poveri morti nessuna responsabilità avevano personalmente nei riguardi degli altri poveri morti di due giorni prima. Altri soldati delle «Brigate Nere», di recente formazione, fermavano i tram di passaggio e obbligavano i passeggeri a sfilare davanti al mucchio di cadaveri.

Monsignor Giovanni Barbareschi, all'epoca ancora diacono – sarebbe stato ordinato sacerdote il 13 agosto e arrestato il 15 -, fu mandato dal Cardinale Schuster a benedire le salme prima che le proteste le facessero rimuovere la sera di quel caldo giorno d'estate. Barbareschi ricordò così: “Noi non dimenticheremo mai il mucchio di 15 cadaveri, uno ridosso all’altro, come macerie… Quel mucchio, all’imboccatura del piazzale, accanto ad un distributore di benzina, come se fosse un mucchio di bidoni. Custodito dalle ausiliarie, giovani donne che di tanto in tanto si pulivano le scarpe sul corpo dei cadaveri; mentre il sangue dal mucchio si spargeva sulla piazza… E Milano che sfilava muta; girava intorno a quel mucchio, in silenzio, e guardava. E tornava indietro.  E’ stata quella la processione più lunga della mia vita ; mi dicevo durante il percorso: “eppure non vinceranno… non possono vincere, nonostante i massacri.”

Quello che segue è quanto don Andrea Valsecchi, che racconta di esserci stato pure lui, affida al proprio diario, con qualche piccola differenza rispetto alla sintesi riportata sopra.

 

ECCIDIO DI PIAZZA LORETO
«Il 10 agosto i tedeschi fucilarono in questa piazza 15 persone e la notizia seminò terrore e sdegno. La causa dipese da quegli “eroi” che ritenevano coraggioso uccidere alle spalle or questo or quel tedesco o repubblichino, oppure lanciare una bomba ad un camion, ecc. Cosa potessero giovare questi gesti di nessun rilievo alla sconfitta del nemico, lo sapevano solo loro. I tedeschi da parte loro avevano parlato chiaro sulle rappresaglie che avrebbero seguito tali gesti. Date le notizie assai contraddittorie sulle persone uccise, volli recarmi sul posto.

Sul tram che mi trasportava verso la piazza c'era pure una mamma con un suo bambino di circa tre anni. Egli continuava a chiedere se fosse ancora distante il luogo dello... spettacolo e la mamma a ripetergli d'aver pazienza che poi avrebbe visto. Provai tale sdegno che avrei volentieri gettati dal finestrino una simile mamma senza cervello e con essa il suo bambino.

Non è questo il solo episodio che dinota lo scadimento dei valori in questo tempo di tanta barbarie.

Il piazzale era molto affollato, ma la gente era tenuta parecchio lontana dai militari... ragazzi, i cosidetti militi della “X^ Mas”, formazione fascista di quei tempi. Costoro si divertivano a sparare di tanto in tanto qualche colpo di fucile appena al di sopra delle teste della folla, così che se ne stava arretrata rispetto al mucchio dei morti.

Chiesto ad uno di questi in divisa di lasciarmi passare, prima mi oppose un rifiuto ma avendogli poi mostrati i gradi da tenente che tenevo sulle maniche della veste, coperte dal soprabito, mi salutò, fece largo e mi lasciò passare.

I caduti erano 13 in un solo mucchio e due discosti di qualche passo. Ebbi l'impressione che tra le raffiche ciascuno abbia tentato di ripararsi dietro al più vicino.

Mi tolsi il cappello e iniziai una preghiera, ma un sergente con tono autoritario tentò vietarmelo imponendomi di mettere il cappello in testa: “deve sapere, reverendo, che questi sono dei criminali”. Gli risposi che oltre la morte ogni giudizio non spettava più a noi; arretrai ancora un poco una manica del soprabito per far vedere i miei gradi ed anche quello fatto dietro front se la filò.

Arrivò un capitano molto cortese al quale potei dire che un tale spettacolo era tanto barbaro da disonorarci di fronte a chiunque. Infatti i paesi civili hanno sistemi ben diversi per amministrare la giustizia. Lo pregai di lasciarmi fare qualche atto religioso che sarebbe valso anche ad attenuare la crudezza di quell'orribile scena. Comprese e mi lasciò fare.

Seppi dallo stesso capitano che quelle vittime erano state prelevate dal carcere di S. Vittore fra gente che era stata arrestata senza precise imputazioni.

Questi morti furono lasciati quasi due giorni in quello stato finché il Card. Schuster minacciò perentoriamente che lui medesimo sarebbe arrivato a caricarli, se altri non avesse provveduto. Anch'io insistetti perché fossero rimossi anche a nome dell'arcivescovo. Era il dieci agosto con un sole torrido. Il giorno dopo furono portati via.»

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