Lecco, 15 dicembre 2013   |  

Angola: uno dei principali motori dell'Africa Subsahariana

di Orlando Trevi

Per il Fondo Monetario Internazionale quest’area, sotto l’impulso dei consumi privati degli investimenti e delle esportazioni, continuerà a crescere a un tasso annuo del 5,5%.

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Proseguendo la nostra rassegna a livello internazionale, approdiamo al grande continente nero africano e al suo interno alla fascia subsahariana e al caso dell’Angola. L’Africa attuale sta ricostruendo la propria fisionomia, ormai lontana dalle debacle politiche e dai dissesti economico finanziari del Novecento.

Negli ultimi 12 anni circa 30 stati africani hanno messo in sicurezza il debito e gl’incrementi generalizzati dei prezzi sono rimasti compressi entro il 7-8% in media; nulla se confrontato con il livello ben sopra al 20% di fine secolo. I redditi individuali sono cresciuti sopra al 30% nell’ultimo decennio e molti esperti si pronunciano favorevolmente sullo sviluppo economico in particolare dell’area sub-sahariana, che nel 2013 ha mantenuto elevati livelli di domanda interna.

Per il Fondo Monetario Internazionale quest’area, sotto l’impulso dei consumi privati degli investimenti e delle esportazioni, continuerà a crescere come avviene dal 2009, a un tasso del 5,5% quest’anno e del 6% il prossimo. Alla base del trend c’è un indubitabile aumento degl’investimenti infrastrutturali e produttivi, alti consumi e lo sfruttamento delle risorse naturali mediante continua nuova attività estrattiva.

Una delle principali realtà di quest’area, proprio a partire dalle grandi risorse naturali e minerarie, è la Repubblica dell’Angola, che segna notevoli tassi di sviluppo: prodotto interno lordo (Pil) in continua lievitazione dal 2010 ad oggi con striscia positiva crescente: +3,4%, +3,9%, +7,9%, fino al +8,3% di quest’anno; inflazione per converso in costante calo dal 14,3% dell’inizio del quadriennio al 9% attuale; debito estero totale su Pil in percentuale dal 23 al 15%; riserve valutarie crescenti da 19,8 miliardi di dollari all’attuale ammontare di 43,5 miliardi di dollari, secondo i recenti dati Eiu (Economist Intelligence Unit, marzo 2013).

Senz’altro all’origine di tali risultati si colloca il boom delle esportazioni di idrocarburi, a volumi e valori crescenti su scala internazionale. Così se il livello delle partite correnti, all’11,1% del Pil nel 2012, diminuisce, ciò avviene per la concomitante domanda di importazioni connesse alla mole d’investimenti pubblici in infrastrutture e alla domanda domestica di beni di consumo. I programmi governativi di sviluppo coniugano l’istituzione lo scorso anno di un apposito fondo, Fundo Soberano de Angola, con gl’investimenti in agricoltura, energia, infrastrutture locali e rete dei trasporti.

Il commercio e la presenza italiana si concretizzano negl’investimenti negli idrocarburi, con Eni e Saipem, ma anche nell’agroalimentare, edile, servizi, trasporti e logistica, telecomunicazioni. La bilancia commerciale residua un deficit per l’Italia di 400 milioni euro nel 2012, comunque in contrazione rispetto all’anno precedente quando era di 1,3 miliardi di euro, per il recupero del 18% delle nostre esportazioni italiane in Angola e il dimezzamento del -54% delle importazioni dall’Africa.

Dopo Sud Africa e Nigeria, nell’area subsahariana l’Angola appare come terzo partner commerciale per il nostro Paese, ma in realtà le esportazioni italiane sono ben superiori ai dati ufficiali, perché gli altri loro importanti partner come Portogallo, Brasile e Sud Africa, fors’anche per l’importazione temporanea di merci in Angola consentita entro i due anni, comprano in Italia e rivendono là a prezzo maggiorato le nostre marche che godono di grande reputazione, in una triangolazione senza alcun valore aggiunto. I dazi doganali hanno un’oscillazione dal 2 al 30% del valore Cif (costo, assicurazione e nolo), in base alla valutazione di beni superflui o di lusso.

Fra i settori che esportano maggiormente si attestano oltre all’alimentare, la meccanica strumentale e l’automotive, importanti per il comprensorio di Lecco, mentre fra quelli che importano dall’Angola vi sono soprattutto gl’idrocarburi. Tornando all’export da fare in Angola i prodotti fondamentali sono dunque quelli alimentari, i mobili, i farmaceutici di base e i preparati, ma soprattutto per Lecco i macchinari, le apparecchiature e tutti i materiali da costruzione.

Invece, gli investimenti suggeribili si incentrano sui settori delle costruzioni, della raffinazione petrolifera, dell'energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (anche da fonti rinnovabili), delle forniture idriche, reti fognarie, trattamento dei rifiuti e risanamento, delle costruzioni e della filiera agroalimentare.

Bastano queste indicazioni settoriali a rendere il Paese fra i più interessanti ed attrattivi per le nostre imprese, non solo del Continente Nero, ma probabilmente a livello internazionale. Anche dal punto di vista legislativo, risulta di grande attrattiva: infatti l’ordinamento giuridico è molto vicino al nostro, provenendo dal ceppo comune del diritto romano per cui tutti i principali istituti sono similari a quelli italiani e comunitari, con la felice conseguenza che risulta frendly (amichevole) per chi vuole intraprendere nella repubblica sub sahariana. C’è dunque la possibilità di risolvere per via arbitrale i contenziosi sui movimenti internazionali, per beni, servizi e capitali, mentre esiste una normativa apposita, L. 11/03, per gli investimenti privati in territorio angolano.

Rientra nei più importanti trattati internazionali, in particolare in materia di protezione dei diritti di proprietà industriale ed intellettuale. I rapporti con l’Italia trovano in vigore diversi trattati, sopra tutti quelli per la promozione e protezione degli investimenti e per la cooperazione allo sviluppo. Lo scorso Novembre, per esempio, i Ministri della Difesa italiano e angolano hanno siglato un accordo nel settore, con ricadute di business fra imprese ad alta tecnologia. Ma si susseguono anche altre iniziative recenti di delegazioni incoming, missioni e webinar, con interessi da ogni parte d’Italia.

Con riguardo alla normativa commerciale, la regola è quella del rispetto della proprietà privata e della libertà economica, con principio generale di leale concorrenza e d’attività di impresa rispettosa dei diritti dei consumatori. Sono attive ormai le norme che regolano tutte le nuove forme di distribuzione commerciale (per esempio, il franchising, la vendita multilevel, ecc.)

Sugli appalti pubblici, Luanda ha lanciato piani d’investimento infrastrutturale con gare alle quali tutte le imprese straniere possono accedere e le nostre debitamente supportate potrebbero senz’altro concorrervi. In particolare tre anni fa, hanno approvato la legge sul Partenariato pubblico privato, che definisce le procedure per la costituzione di società miste pubblico private.

E veniamo infine agl’investimenti privati, disciplinati in Angola anche da leggi riguardanti incentivi fiscali e doganali, apertura di succursali straniere, costituzione di società di diritto angolano.

Dal 2007 è poi entrato finalmente in vigore l’Accordo sulla promozione e la protezione degli investimenti, per disporre del quadro di riferimento a vantaggio delle nostre aziende interessate. Ma forse la costituzione di società di diritto angolano può risultare più conveniente dell’apertura di succursali, dati gl’incentivi fiscali e il rimpatrio dei profitti, in particolare quando gl’investitori esteri lavorano con imprese locali.

Concludiamo con un breve elenco delle principali imprese italiane (fonte principale, Ambasciata) attive in Angola: Eni, partner dell’angolana Sonangol nel settore petrolifero e nella pianificazione nel gas liquido; Saipem; Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna (CMC); Grimaldi (logistica integrata); Pellegrini (catering); Cremonini/Inter Inalca (produzioni carni salumi, distribuzione, ristorazione); Gruppo Trevi (ingegneria del sottosuolo); Rivoli (viabilità edilizia grandi opere); Intertransport (grande distribuzione, trasporti, servizi portuali, costruzioni edili), Danieli (metallurgia). Ovvio che ci sia spazio per tante altre imprese, anche molto meno strutturate.


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