Lecco, 07 marzo 2013   |  
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7 Marzo, Lecco ricorda i suoi deportati. Pino Galbani: "Giovani, amate la libertà" (VIDEO)

di Lorenzo Bonini

All'interno dell'articolo i 4 video della testimonianza completa di Pino Galbani. Il corteo dalla chiesa di Castello fino a via Castagnera. La drammatica, intensa testimonianza del sopravvissuto lecchese a Mauthausen davanti agli studenti lecchesi.

(I 4 video della testimonianza completa di Pino Galbani a fondo pagina)

Su questa strada abbiamo camminato e sofferto per conquistare la libertà. Quella libertà che lascio in eredità a voi, soprattutto ai giovani. E' vostra, questa libertà. Amatela e fatela amare, rispettatela e fatela rispettare”. Profonda commozione quella suscitata questa mattina, presso l'aula magna del Bovara, dalle parole e dalla testimonianza di Pino Galbani, sopravvissuto a Mauthausen dopo la deportazione da Lecco per gli scioperi del 7 Marzo 1944.


La mattinata era cominciata con la Messa, celebrata da don Egidio Casalone presso la Chiesa di Castello; successivamente, il corteo di cittadini, membri Anpi e istituzioni (presenti il Prefetto, Antonia Bellomo, l'assessore comunale Francesca Bonacina - in seguito il sindaco Virginio Brivio - e l'assessore Conrater oltre ai segretari lecchesi di CGIL, CISL e UIL) è quindi sceso per corso Matteotti e fino a via Castagnera. Proprio sotto il monumento di “Parco 7 Marzo”, Pino Galbani ha deposto una corona di fiori, in omaggio ai tanti compagni lasciati nel lager.

Nell'aula magna dell'Istituto Bovara, quindi, è toccato inizialmente al professor Andrea Bienati, docente Università Cattolica, sintetizzare ai numerosi ragazzi e cittadini presenti, il contesto storico della RSI, della negazione dei diritti sindacali, delle durissime repressioni nazifasciste alle proteste e agli scioperi dei lavoratori (minimizzati e condannati dalla stampa di regime tanto quanto erano esaltati i rispettivi rastrellamenti e ritorni all'ordine) , fino a quel telegramma inviato da Hitler al comandante Wolf, che ordinava di deportare il 20% degli operai da ciascuna fabbrica, in caso di scioperi e proteste”. Ma, riflette Bienati: “Furono proprio quei giorni a dar vita a una rivolta anche cosciente e politica, non più solo in montagna ma anche nelle città”.

A seguire, la dura, toccante testimonianza di Pino Galbani che, dopo aver ricordato il giorno dei rastrellamenti davanti alla fabbrica a seguito degli scioperi, le percosse, gli interrogatori, la sfilata, legati come delinquenti, per le vie di Lecco, di Como e Bergamo, ha quindi rivissuto con miracolosa e tagliente vividezza la vita nel lager «Ma in realtà non è vita» ha commentato «non è possibile raccontare la vita del deportato, perchè non c'è vita, cessa nel momento in cui ci si mette piede. Si diventa una sottospecie di uomini, accadono fatti invivibili e irraccontabili» La gasazione immediata di donne e bambini, la spogliazione e le docce agli uomini e quella divisa a strisce, con un triangolo rosso e il numero.

«Lì dentro si ha una sola libertà» racconta Pino Galbani «quella di vivere, soffrire, agonizzare e patire a seconda della volontà dei carnefici». Il racconto si insinua tra le giornate più dolorose della permanenza: quella iniziale («Era Pasqua, ma per noi Cristo quel giorno moriva»), il giorno della morte di don Narciso, il sacerdote che infondeva coraggio, il commovente incontro con il deportato sconosciuto, poi scoperto italiano e addirittura lecchese, e il pianto commosso, abbracciati l'uno all'altro. Infine, la liberazione, il ritorno dai genitori e le estenuanti domande di coloro che, invece, i loro cari li avevano perduti. «Si rifiutavano di credere, e allora noi sopravvissuti ci siamo chiusi nel nostro dolore. Fino a pochi anni fa, quando di fronte alle immagini che hanno lasciato gli archivi segreti, abbiamo ritrovato il coraggio di dire: è vero, noi ne siamo i testimoni oculari. Da allora» ha concluso Pino «giro per le scuole a dire ai ragazzi: amate la libertà!».

 

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