Malgrate, 15 marzo 2016   |  

“Santi della Misericordia”: la beata Elisabetta Canori Mora

di Ugo Baglivo

A Malgrate una riflessione su una figura che resta fedele alla famiglia anche nelle incomprensioni e di fronte ai tradimenti del marito.

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Terza e ultima serata di meditazione sulla vita dei “Santi della Misericordia”, alla Chiesa Parrocchiale di Malgrate; il percorso è sempre guidato dai libri di P. Antonio M. Sicari, monaco carmelitano (anche se la sua presenza reale in Malgrate c’è stata solo al primo incontro); a tenere le fila dell’impianto complessivo del triduo è stata Maria Tentorio, responsabile lecchese del MEC (Movimento Ecclesiale Carmelitano) che ha introdotto questa volta la meditazione abbinandosi al parroco don Andrea Lotterio, che ha ospitato con generosità tutto l’itinerario quaresimale.

 

Da subito ha impressionato la scenografia; in un’atmosfera di silenzio e penombra, si stagliavano sull’altare tre simboli ben visibili: un velo da sposa, una croce spoglia con ai piedi un saio di penitenza, e - in mezzo – una icona di visioni di Paradiso. Ecco da subito chiarito il messaggio: non una santa monaca di clausura (come S. Teresa di Lisieux), non un santo attivo missionario (come S. Damiano de Veuster), ma una sposa infelice (la beata Elisabetta Canori Mora) che resta fedele alla famiglia anche nelle incomprensioni e di fronte ai tradimenti del marito. Dal chiostro al mondo, dalla segregazione delle anime consacrate all’impegno (altrettanto eroico se non di più) di chi forma una famiglia e scopre che la vita di rapporto è contraddizione se non è supportata dalla fede: anche la sposa è santa mistica, perché alla pochezza dello sposo umano sostituisce la grandezza dello sposo divino.

 

L’impianto della serata è il solito: un misto di letture (dalla Vita di Elisabetta Canori Mora di P. Sicari), di immagini proiettate, accompagnate da una musica toccante di sottofondo, e di canti, affidati questa volta non ad un coro ufficiale ma direttamente al popolo di Dio. Tutta l’ambientazione della serata è concentrata nel silenzio e nella meditazione; anche le tre lettrici (Maria Rosa Mazzoni e Laura Carone, già note per le altre due presenze, più una terza, Caterina Casati, che interpreta la parte diretta della beata Elisabetta) scandiscono con il tono di voce un bisogno di raccoglimento, cui l’uditorio partecipa con sentimento oltre che con devozione.

 

Dalle parti recitate si evince una vita (a Roma questa volta, a cavallo tra ‘700 e ‘800) che passa dalle gioie coniugali e di vita di società alla realtà dei tradimenti del coniuge, del fallimento anche economico del coniuge, dei suoi stravizi (gioco, amanti, speculazioni sbagliate) che lo portano all’indifferenza verso la sposa, anzi alla violenza verso di lei in taluni momenti. La santa sposa non si ribella, ma rimane sempre disponibile verso il marito, segretamente lo aiuta vendendo i suoi averi personali, combattendo con i creditori all’esterno e con le cognate invidiose in casa. Le cognate la considerano una visionaria, incapace di accudire perfino le sue bambine, e la ostacolano in tutti i modi, anche per motivi di interesse all’eredità del loro padre. L’unico conforto di Elisabetta è nel Crocifisso, cui si era votata già dodicenne, ben prima del matrimonio.

 

In famiglia la suocera (solo lei) la comprende e l’aiuta, e condivide con lei tanti tentativi di salvare quel Cristoforo Mora – figlio e marito colpevole (o forse soltanto debole e incapace) – che sempre più si perde nel vizio fuori di casa, dimentico di ogni valore anche sociale. Dopo la morte della suocera, per Elisabetta Canori c’è solo incomprensione e tradimento, all’interno e all’esterno della sua casa, divenuta sempre più povera: ella si ritrova ad essere serva delle sue cognate, alle sue figlie viene dato appena lo stretto necessario per vivere. Ciò fino alla morte del suocero (1813).

 

Dalla successione arriva un minimo di eredità, cui devono cedere le cognate per motivi di legittima; e con questa Elisabetta acquista una casetta modesta in Via Rasella, vicino al Quirinale; ma ciò è ancora per lei motivo di preoccupazione: alla temporanea tranquillità del marito si abbina ora l’interesse eccessivo delle due figlie per i soldatini che fanno servizio al Quirinale (sguardi, poi bigliettini, e poi il tentativo di fuga); non c’è pace per questa madre che trova sempre più soluzione alternativa nel suo misticismo.

 

E Gesù (lo sposo divino, a cui ella si era consacrata fin da bambina) finalmente l’aiuta, dopo tanto suo soffrire: la fama di santità di Elisabetta (a Roma, città poliprospettica, e per di più in epoca napoleonica, con interessi politici e mondani che sovrastano quelli religiosi) viene a incuriosire un nobile uomo, fratello di un cardinale, che le chiede consiglio per la sua vita e ne rimane edificato, a tal punto che decide di corrispondere alla sua consigliera una cifra mensile di denaro. Elisabetta accettò, perché Gesù glielo aveva presentato, quel signore, nelle sue visioni.

 

Poi gli ultimi anni di vita, tra visioni mistiche e prodigi che avvenivano intorno a lei, ai quali non fu estraneo neppure papa Pio VII: si parla di un episodio di bilocazione, in cui ella riesce a convincere il papa a non fare una scelta sbagliata.

 

Poi la morte di Elisabetta (da lei prevista nella data precisa, perché confidatale da Cristo stesso); e poi, dopo qualche anno di riflessione e di pentimento, lo stesso Cristoforo (il marito colpevole di tante sofferenze inferte alla moglie innocente) si fa monaco e sacerdote, a 61 anni eccezionalmente; restano così coronate di successo le preghiere di Elisabetta. In vita per lei solo dolori e sofferenze; in morte il ribaltamento (una pace riconquistata) anche per quelli che le avevano provocato dolori e sofferenze. Anche Cristoforo, per gli ultimi 11 anni della sua vita penitente e dedito a Dio, si salva per le preghiere di Elisabetta. La famiglia, fallita sul piano della convivenza terrena, si ricongiunge in cielo.

 

Una sposa tradita, annullata sul piano umano anche all’interno della sua famiglia, si riscatta nella preghiera fino al misticismo e diventa un monumento di fede incrollabile, tanto da salvare non solo se stessa ma anche i suoi persecutori, nemici nelle sue stesse mura domestiche. La santità non è solo nei chiostri, ma è forse più eroica (perché più combattuta) nelle case comuni.

 

Il Quaresimale è finito: rimangono alti, altissimi, gli ideali presentati nei tre esempi di santità vissuta; ma la santità sa calarsi anche in mezzo a noi, e non è difficile scoprirla in alcune persone che passano per la nostra stessa strada, in alcune spose e madri di oggi, se non vengono troppo distratte dai diritti che talvolta allontanano dai doveri.

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