Malgrate, 02 marzo 2016   |  

"I Santi della Misericordia": San Damiano de Veuster

di Ugo Baglivo

Il riferimento è sempre ai Ritratti dei Santi di Padre Antonio M. Sicari.

quaresimale malgrate

Continua la meditazione quaresimale del Decanato di Lecco, alla Chiesa Parrocchiale di Malgrate, sui “Santi della Misericordia”. Il riferimento è sempre ai Ritratti dei Santi di Padre Antonio M. Sicari: dopo la prima serata (15 febbraio) dedicata a Santa Teresa di Lisieux, è stata la volta (il 29 febbraio) di San Damiano de Veuster: dalla Francia al Belgio, da una monaca di clausura a un monaco missionario, da una mistica chiusa e nascosta al mondo, e che impetra grazie per il mondo, a un uomo d’azione, teso a condividere in tutto la condizione degli ultimi: i lebbrosi.

 

La seconda serata si è svolta in tono più dimesso rispetto alla prima: mancava l’autore delle Vite dei Santi, il carmelitano Padre Sicari, mancava il coro polifonico Melos, mancava l’affluenza piena di fedeli della prima serata. La responsabile lecchese del MEC (Movimento Ecclesiale Carmelitano) Maria Tentorio ha condiviso con il parroco don Andrea Lotterio l’introduzione alla meditazione, creando un’ambientazione più intima, quasi “per iniziati”, tanto da far pensare che la quantità venisse sostituita dalla qualità della testimonianza e del pensiero stesso.

 

Anche il coro, per le parti di intermezzo, era costituito da un gruppo ristretto di cantori (Margherita Maloberti, Giulia Castelnuovo, Paola Cossa, Angela Pilot, Silvia Severgnini), accompagnati alla chitarra da Michele Tombini: gruppo più ridotto ma capace di creare la giusta atmosfera, con canti che sapevano di preghiera più che di recitazione; “che il mio riposo sia nella disponibilità verso il prossimo, per condividerne le sofferenze e le difficoltà, in nome di Dio” (da un testo di Santa Faustina Kowalska).

 

Quale miglior commento alla storia di un santo missionario, dedito agli altri fino a farsi “lebbroso tra i lebbrosi”! Anche in questa seconda serata l’impostazione è stata di alternanza tra momenti di lettura (affidati alle lettrici Maria Rosa Mazzoni e Laura Carone) e intermezzi musicali; in più si è voluto illuminare con documentazioni visive l’ambiente del lebbrosario di P. Damiano, mediante filmati e immagini del santo nelle varie fasi della vita (prima attiva e fattiva, poi con i segni della malattia che deturpa il corpo e rende bella l’anima, sempre disponibile verso il Signore e verso i fratelli.

 

Anche San Damiano di Veuster, come Santa Teresa di Lisieux, fu portato alla vocazione dall’esempio di un suo fratello carnale; ma alla contemplazione meditabonda di S. Teresa qui si sostituisce l’attivismo operativo che si spende per gli altri fino alla morte: egli partì per la missione nelle isole Hawaii ancor prima di essere ordinato sacerdote, da novizio della Congregazione dei Sacri Cuori di Lovanio. Gli anni erano di poco precedenti a quelli di S, Teresa: la morte di S. Damiano è del 1889, mentre quella di S. Teresa è del 1897; la nascita del missionario fiammingo è del 1840, mentre quella di S. Teresa è del 1873 (morì giovanissima).

 

Ciò che caratterizza l’esperienza di S. Damiano è il servizio agli altri: sbarcò a Honolulu nel marzo 1864, fu ordinato sacerdote nel maggio dello stesso anno, nella cattedrale di Honolulu, chiesa fondata dal suo ordine religioso; mentre egli prestava servizio presso le parrocchie dell’isola di Oahu, sempre privilegiando i poveri e gli umili, nei primi tempi della sua permanenza, avveniva la trasformazione epocale di quelle terre da paradiso terrestre a “inferno di malattie e contraddizioni”: i commercianti e i marinai stranieri avevano introdotto tante nuove malattie cui la popolazione indigena non sapeva contrastare: colera, vaiolo, sifilide, e infine la lebbra; da 250.000 abitanti la popolazione si ridusse a 50.000.

 

Gli indigeni consideravano quelle sventure una maledizione portata dagli stranieri; e gli stranieri invece incolpavano di tutto i nativi, a causa della promiscuità sessuale cui erano abituati. Si collegò la lebbra alla sifilide, come se la lebbra fosse l’ultimo stadio di quella malattia dovuta alla libertà sessuale. Così gli occidentali, primi tra tutti i Calvinisti che allora dominavano nell’opinione pubblica relativamente ai rapporti con il regno delle Hawaii, riprendevano le idee del Vecchio Testamento, secondo cui la lebbra è una maledizione divina: così venne creato nell’isola di Molokai l’insediamento di Kalawao, un promontorio roccioso tra la scogliera e il mare, inaccessibile, dove isolare i “condannati” alla lebbra.

 

Ogni mese partiva da Honolulu una nave carica di lebbrosi, o presunti tali, prelevati a forza tra uomini e donne sospetti in tutte le isole del regno; al centro di raccolta della capitale un medico decideva della loro sorte: se la diagnosi era di “lebbra”, non restava agli ammalati che l’isolamento in quello che veniva chiamato “l’inferno dei vivi” o “il cimitero dei viventi”. Padre Damiano, 33enne, volle andarci in quell’inferno, dove fino ad allora erano stati deportati circa 800 lebbrosi, di cui 300 già deceduti nell’abbandono più crudo e nella indifferenza generale dei sani.

 

Egli, nella colonia di Kalaupapa e prima ancora a Molokai, impattò con una realtà senza regole sociali: non c’erano leggi, donne e bambini erano lasciati alla prostituzione, i malati rimanevano senza cura, isolati appunto nel promontorio del lebbrosario; egli si rimboccò le maniche, e si fece per loro ora sacerdote, ora muratore per costruire chiese e ospedali, un po’ medico per curare i corpi e un po’ falegname e becchino per costruire bare e scavare tombe. Voleva che anche i morti, oltre che i vivi, avessero dignità. Non dimenticò di creare nuclei di scuole, per l’istruzione e prima ancora per l’educazione, e volle che la comunità avesse delle leggi che regolassero la vita comune; pensò persino ad un orfanotrofio per la cura dei bambini e adolescenti senza famiglia.

 

Per tanto merito, il re Kalakawa insignì padre Damiano del titolo di Commendatore dell’Ordine Reale e la principessa Liliuokalani volle personalmente consegnare l’onorificenza: così conobbe la situazione della lebbra “de visu” e non riuscì neppure a finire il discorso ufficiale di investitura al santo missionario. Poi P. Damiano contrasse egli stesso la lebbra, come era prevedibile in mezzo a tanti lebbrosi con cui egli trattava, che toccava, con cui mangiava e beveva nelle stesse stoviglie. Nonostante la malattia tremenda nel dolore fisico oltre che deformante e perciò ributtante nell’aspetto psichico, padre Damiano continuò a lavorare, instancabile, per essere utile.

 

Alle sofferenze fisiche e psichiche della lebbra si aggiunsero le incomprensioni dei suoi stessi superiori: gli mandarono in aiuto un confratello che “disfaceva sistematicamente ogni suo lavoro”, e mise alla prova non poco la sua sopportazione; i superiori erano forse infastiditi dal troppo clamore suscitato attorno alla imprese di P. Damiano e lo trattarono sempre con distacco: il Provinciale - in uno scritto – gli impose di “smettere di fare poesia sui lebbrosi”! Così P. Damiano “ricevette dal mondo fama e disprezzo, stima e rifiuto, venerazione e sospetto, amore e rancore” (dal testo di P. Sicari).

 

Quando nel 1959 le Hawaii divennero il 50° Stato degli Stati Uniti d’America, proposero, per il collocamento delle due statue in Campidoglio, a Washington (cui ha diritto ciascuno degli Stati federati) quelle di Re Kamehameha, che aveva a suo tempo unificato le isole dell’Arcipelago, e di padre Damiano Veuster. La gloria umana, postuma, s’accoppiava alla gloria ricevuta da Dio, in Paradiso.

 

Un esempio diametralmente opposto rispetto a quello di S, Teresa di Lisieux: l’una timida e riservata, l’altro attivo e risoluto: l’una chiusa nel monastero e orante per i peccatori nel mondo, l’altro cittadino militante in lotta con tutti (autorità e benpensanti) per la dignità dei suoi fratelli malati. La lebbra è malattia e non condanna o maledizione: e – a distanza di tempo – la medicina l’ha conosciuta, l’ha studiata, e in buona misura sconfitta. Ogni passo della civiltà ha i suoi martiri; in questo caso martiri della misericordia verso i fratelli, in qualunque situazione si trovino.

 

Prossimo appuntamento per il Quaresimale sui Ritratti di Santi della Misericordia, per il 14 marzo, sempre a S. Leonardo di Malgrate.

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